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Elce Magazine

L'Ora Gentile di Luglio

2026-07-01 10:18

Viola Nigro

Lifestyle,

L'Ora Gentile di Luglio

Le passeggiate del mattino, il silenzio e la bellezza delle piccole cose.       di Viola Nigro

 

 

 

 

 

Le passeggiate del mattino, il silenzio e la bellezza delle piccole cose.

 

 

 

 

 

 

di Viola Nigro

 

 

"Luglio, col bene che ti voglio..." cantava Riccardo Del Turco.

Ecco, se l'avessi scritta io probabilmente avrei fatto così:

"Luglio, quanto mi fai ansimare... e ogni anno riesce sempre a peggiorare."

Insomma, la rima perfetta forse non l'ho ancora trovata, ma il concetto è chiaro: il nostro rapporto non è mai stato dei più semplici.

 

Perché luglio ha tante cose bellissime: le giornate lunghe, le sere all'aperto, il profumo delle vacanze che si avvicinano. Ma ha anche quell'insopportabile capacità di trasformare qualsiasi movimento in una prova di sopravvivenza.

E così, se proprio bisogna uscire, c'è un solo momento davvero umano per farlo: quando il sole deve ancora prendere possesso della giornata.

 

Spesso Davide, sei mesi di energia concentrata in pochi chili, decide che le sei del mattino sono un orario assolutamente ragionevole per iniziare la giornata. Io, sinceramente, avrei qualche dubbio. Ma visto che ormai siamo svegli, tanto vale convincersi che sia una scelta salutare.

Così preparo il passeggino, esco di casa e mi ripeto che sto dando il mio prezioso contributo all'attività fisica, quella che "fa tanto bene". Del resto lo dicono tutti. Sul sonno, invece, preferisco sorvolare. Anche lui fa bene, ma evidentemente oggi non era nei programmi.

Dopo qualche minuto di passeggiata, puntualmente, Davide crolla. Lui dorme beato. Io, invece, mi ritrovo con un regalo che capita sempre più raramente: il silenzio. E dentro quel silenzio ci sono i pensieri che finalmente riescono a mettersi in fila.

 

Devo ammetterlo: con questo caldo le sei del mattino sono probabilmente il momento migliore della giornata. L'aria è ancora fresca, la luce è delicata e il mondo sembra respirare più piano.

È curioso osservare un paese che si sveglia.

Ci sono i lavoratori che iniziano il turno con il caffè ancora in mano. I giardinieri che curano prati e aiuole con una dedizione quasi commovente. C'è chi, come me, approfitta dell'ora per fare una passeggiata o una corsa, cercando di convincersi che quella fatica un giorno verrà ripagata.

Poi ci sono le mamme e le nonne che stendono il bucato mentre il sole deve ancora decidere quanto scaldare. 

I nonni seduti all'ombra che ti fermano con quella domanda che da queste parti è un classico intramontabile:

"A chi sì figli?"

E ogni volta si apre una conversazione.

 

La cosa che mi sorprende è che tantissimi mi riconoscono. Mi salutano, sanno chi sono, ricordano la mia famiglia. Io, invece, faccio spesso fatica a riconoscere ragazzi anche solo vent'anni più giovani di me. Forse è un problema mio. Oppure è semplicemente il privilegio di vivere in un posto dove le persone continuano ad accorgersi degli altri.

Ed è una sensazione bellissima.

Perché, all'improvviso, ti senti a casa.

Accetta.

Voluta bene.

Vistana.

 

Si parla spesso del bisogno di appartenenza. È uno dei bisogni fondamentali dell'essere umano: sapere di gran parte di una comunità, ritenuta riconosciuta, percepire che qualcuno si accorge della nostra presenza. Non servono grandi gesti. A volte basta un saluto, una domanda in dialetto, un sorriso scambiato alle sei del mattino.

Forse è proprio questo il senso più profondo di vivere in un paese.

 

Non è soltanto condividere un luogo.

È condividere una quotidianità.

 

Così, mentre Davide continua a dormire ignaro di tutto, io cammino tra le prime luci del giorno e mi accorgo che quell'ora, che all'inizio sembrava quasi una punizione, è diventata un piccolo privilegio.

 

Forse è questo uno dei regali nascosti di luglio: costringerci a cambiare orario, a riscoprire una parte della giornata che normalmente ci perdiamo. E, insieme a lei, riscoprire anche le persone che ci vivono accanto. 

Perché alle sei del mattino siamo tutti un po' più veri. Ci guardiamo e ci riconosciamo senza bisogno di grandi parole. È come se ognuno dicesse all'altro, semplicemente con la propria presenza: "Ah... anche tu sei già sveglio?". 

 

E in quella frase non detta c'è qualcosa di incredibilmente rassicurante. 

 

La sensazione che, almeno per un'ora, stiamo camminando tutti insieme nella stessa direzione.