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Elce Magazine

QUANDO UNA STRADA DIVENTA UNA FERITA

2026-05-13 09:52

Viola Nigro

Deliceto,

QUANDO UNA STRADA DIVENTA UNA FERITA

Il tempo dei lavori…        di Viola Nigro

 

 

 

 

 

 

 

Il tempo dei lavori…

 

 

 

 

 

 

 

di Viola Nigro

 

foto di Domenico Mimì Ippolito

 

 

 

Ci sono paesi che si riconoscono dal campanile.

Altri dal mare.

Altri ancora dal profumo del pane la mattina.

 

E poi ci sono paesi che, a un certo punto, si riconoscono dalle buche.

 

Non è nemmeno una questione tecnica. Non riguarda più l’asfalto, i tombini, i cantieri o le transenne. A un certo punto una strada dissestata smette di essere una strada e diventa uno stato mentale collettivo.

 

Per anni la gente ci passa sopra. Letteralmente e psicologicamente.

Ci passa con le ruote, con le bestemmie trattenute, con le sospensioni distrutte, con quella smorfia automatica che fai quando ormai conosci ogni avvallamento meglio del volto di tua madre.

 

E piano piano succede qualcosa di molto umano: ci si abitua al disagio. Che è una delle tragedie più silenziose dell’esistenza.

 

Poi finalmente arrivano i lavori.

 

E qui esplode il teatro italiano.

 

Da una parte i polemici professionisti:

“Adesso iniziano?!”

“Nel periodo peggiore!”

“Faranno un macello!”

 

Dall’altra i difensori assoluti:

“Eh ma i lavori vanno fatti!”

“Vi lamentate sempre!”

“Se non li facevano vi lamentavate uguale!”

 

E la verità è che… hanno ragione entrambi. Ed è proprio questo il problema.

 

Perché sì, i lavori vanno fatti. Punto.

Le strade non si aggiustano con i post indignati su Facebook né con le discussioni al bar.

 

I lavori creano disagi. È inevitabile.

Il traffico impazzisce. I tempi si allungano. La pazienza si accorcia.

 

Ma il punto vero non è il disagio del cantiere.

 

Il punto è l’esasperazione accumulata prima del cantiere.

 

Perché quando un problema viene rimandato troppo a lungo, smette di essere solo un problema pratico. Diventa stanchezza emotiva. Diventa sfiducia. Diventa quella sensazione amara per cui non credi più che qualcosa possa davvero migliorare.

 

È esattamente quello che facciamo con noi stessi quando procrastiniamo.

 

Rimandiamo una scelta.

Una visita.

Una telefonata.

Una decisione importante.

 

E nel frattempo conviviamo con quel peso. Ci adattiamo. Tiriamo avanti. Ma dentro cresce una tensione continua che ci consuma lentamente.

 

Finché un giorno affrontiamo finalmente il problema… ma siamo già stanchi prima ancora di iniziare.

 

Ecco perché un paese reagisce male anche davanti a una soluzione giusta.

 

Perché non sta reagendo solo ai lavori.

Sta reagendo a tutti gli anni precedenti.

 

Amministrare un paese, in fondo, assomiglia moltissimo ad amministrare una vita.

Le dinamiche sono identiche:

se trascuri troppo a lungo qualcosa di essenziale, il conto arriva sempre. E quando arriva, non lo paghi solo economicamente. Lo paghi in umore, fiducia, serenità, qualità della vita.

 

Anche questo significa amministrare:

non soltanto fare ciò che è giusto, ma farlo nel momento in cui evita alle persone di logorarsi.

 

Perché la salute pubblica non è soltanto negli ospedali.

È anche nella tranquillità con cui una persona percorre una strada senza sentirsi continuamente stressata, arrabbiata o abbandonata.

 

E forse il punto più delicato è proprio questo: governare significa scegliere continuamente tra convenienza e bene collettivo.

 

A volte la convenienza è voler avere ragione.

A volte è voler rimandare per presa di posizione o calcolo.

A volte è perfino l’orgoglio di non ammettere che qualcosa andava fatto molto prima.

 

Ma il bene degli altri richiede un’altra cosa: responsabilità. Tempismo. Coraggio.

 

Perché i problemi affrontati in tempo diventano manutenzione.

Quelli ignorati troppo a lungo diventano ferite.

 

E le ferite, quando finalmente inizi a curarle, fanno male persino mentre guariscono.